Progetto Gemini · NASA · Con equipaggio
Gemini IV
- 3 giu 1965, 15:15
- Data di lancio
- 2
- Numero di membri dell'equipaggio
- 4 giorni 1 h
- Durata
- Successo
- Esito
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Gemini 4 (GT-4) fu la seconda missione con equipaggio del programma Gemini e la prima in cui un americano uscì dalla propria navicella nel vuoto spaziale. James A. McDivitt, comandante, ed Edward H. White II, pilota, decollarono dal complesso 19 di Cape Canaveral il 3 giugno 1965 a bordo di un Titan II e rimasero in orbita quattro giorni, fino all'ammaraggio nell'Atlantico occidentale il 7 giugno. L'obiettivo principale non era la passeggiata spaziale, bensì verificare come equipaggio e navicella resistessero a un volo prolungato e valutare le procedure di lavoro, gli orari e la pianificazione di una missione lunga. La missione arrivò in rampa con due aspirazioni tagliate e due aggiunte. La lentezza nello sviluppo delle celle a combustibile costrinse nell'agosto 1964 a ridurre il volo da sette a quattro giorni, e i problemi del radar avevano già eliminato in precedenza il modulo di valutazione dell'incontro orbitale. In cambio entrarono nel piano l'attività extraveicolare, autorizzata dall'amministratore James E. Webb il 25 maggio 1965, e un esercizio di avvicinamento e mantenimento della posizione con il secondo stadio del lanciatore stesso. Il tentativo di raggiungere quel secondo stadio fallì: l'equipaggio inseguì il bersaglio a vista, consumò quasi metà del propellente di controllo e verificò dal vivo che la meccanica orbitale non somiglia a un inseguimento terrestre. La lezione, assimilata poi dal programma, si rivelò preziosa quanto il successo visibile della giornata. Alla terza rivoluzione White aprì il portello, uscì all'esterno con una pistola di manovra a gas freddo e un cordone ombelicale di otto metri, e fluttuò per ventitré minuti sopra il Pacifico e l'Atlantico; rientrare e richiudere il portello lasciò i due uomini esausti. Il resto del volo trascorse alla deriva per risparmiare propellente, con undici esperimenti di ingegneria, medicina, scienza e del Dipartimento della Difesa. Gemini 4 inaugurò inoltre il nuovo Centro di Controllo Missione di Houston e il suo funzionamento su tre turni. Un guasto al computer di bordo alla 48ª rivoluzione impedì il previsto rientro guidato e impose una discesa balistica in stile Mercury; la capsula ammarò a circa ottanta chilometri dal punto previsto e l'equipaggio fu recuperato dalla portaerei USS Wasp.
Obiettivi
L'obiettivo di Gemini IV era mettere alla prova il comportamento dell'equipaggio e della capsula durante un soggiorno prolungato nello spazio e valutare le procedure di lavoro, gli orari e la pianificazione del volo. Gli obiettivi secondari includevano dimostrare l'attività extraveicolare, eseguire manovre di avvicinamento e di volo in formazione, valutare i sistemi della navicella, dimostrare manovre significative dentro e fuori dal piano orbitale e l'uso del sistema di manovra come rientro di riserva, ed effettuare undici esperimenti.
Carico utile
La navicella Gemini 4, con 3.574 kg al lancio, con James A. McDivitt come comandante ed Edward H. White II come pilota. Per l'uscita nel vuoto, White disponeva di una pistola a gas portatile e di un cordone ombelicale di 8 m che lo teneva collegato alla navicella. A bordo furono condotti undici esperimenti — tra cui quattro di ingegneria e due del Dipartimento della Difesa, di radiazione e di navigazione semplice —, tutti conclusi con successo.
Storia
Una missione ridotta a causa delle celle a combustibile
Il piano di volo Gemini rivisto nell'aprile 1963 rimase l'ossatura del programma durante il 1965 e il 1966, ma si rivelò troppo ottimistico su vari fronti. Il ritardo nello sviluppo delle celle a combustibile costrinse l'Ufficio del Programma Gemini ad accettare, nell'agosto 1964, che la quarta missione durasse quattro giorni e non sette: se si doveva volare con batterie invece che con celle, non c'era spazio per maggiore autonomia. Nella stessa ondata di tagli sparì dal volo l'esercizio di incontro orbitale con il modulo di valutazione, eliminato quando i problemi di progettazione del radar resero improbabile che l'apparecchiatura fosse pronta in tempo. La Gemini 5, dal canto suo, dovette rinviare l'incontro con un veicolo Agena.
In cambio, la missione guadagnò due elementi che avrebbero finito per definirla. L'attività extraveicolare comparve come novità di Gemini 4, e il nuovo Centro di Controllo Missione di Houston assunse per la prima volta la conduzione di un volo, sostituendo il vecchio centro di Cape Kennedy. Tra Gemini 4 e Gemini 5 sarebbero trascorsi solo due mesi, segno del ritmo con cui la NASA cominciava a trasformare il volo spaziale in un'operazione quasi di routine. Le due missioni, insieme, allontanarono il timore di fondo del programma: che l'essere umano non resistesse a lunghi periodi di assenza di peso.
L'equipaggio che spinse per uscire dalla navicella
La NASA annunciò gli equipaggi di Gemini 4 il 27 luglio 1964, e due giorni dopo McDivitt e White comparvero davanti alla stampa a Houston insieme ai loro riservisti, Frank Borman e James A. Lovell Jr. McDivitt e White, di trentacinque e trentaquattro anni, si conoscevano fin dall'università e avevano frequentato lo stesso corso della scuola piloti collaudatori dell'Aeronautica; Borman e Lovell, entrambi di trentasei anni, si erano conosciuti durante i test di selezione della NASA. Tutti e quattro appartenevano al gruppo di astronauti scelto nel settembre 1962. Il loro primo compito fu verificare lo stato della navicella, ancora in costruzione a St. Louis con ritardi per mancanza di pezzi, e del lanciatore, assemblato a Baltimora. Dedicarono poi cinque settimane a chiudere il lavoro in sospeso dei loro incarichi precedenti, perché l'addestramento specifico poté iniziare solo a fine novembre, quando il simulatore Gemini numero 2 entrò in servizio a Houston.

Nel frattempo, sapendo che l'uscita all'esterno poteva essere inclusa nel loro volo, McDivitt e i suoi compagni colsero ogni occasione per sostenerla. Questa insistenza strappò alla direzione della NASA l'impegno a fornire le tute speciali richieste dall'attività extraveicolare. Senza la pressione dell'equipaggio, la tuta G4C difficilmente sarebbe stata disponibile in tempo da permettere una decisione così tardiva. L'episodio illustra un tratto del programma: gli astronauti non erano semplici piloti, ma parte attiva nella definizione di cosa si facesse e quando, ben oltre il consueto ruolo di un pilota collaudatore.
Da uno studio del 1962 a una decisione del maggio 1965
L'idea non era nuova. Gli studi sull'attività extraveicolare in Gemini erano iniziati già nel 1962, e la missione comparve per la prima volta come volo inaugurale dell'EVA in un «Program Plan for Gemini Extravehicular Operation» del gennaio 1964. La risposta della direzione fu fredda, soprattutto perché lo sviluppo dell'equipaggiamento era appena agli inizi. I mesi successivi migliorarono il quadro: l'AiResearch ricevette il contratto dello zaino ventrale di supporto vitale, alla David Clark Company furono inviate le specifiche della tuta extraveicolare, e la McDonnell fu autorizzata ad avviare un progetto di navicella predisposta per l'EVA che sarebbe stato infine applicato alla navicella 6. Nella stessa conferenza stampa del luglio 1964 in cui fu presentato l'equipaggio, il vicedirettore del programma, Kenneth Kleinknecht, aveva detto che uno dei membri dell'equipaggio avrebbe potuto aprire il portello e sporgere la testa; McDivitt si stupì di quanto poco i giornalisti avessero notato quella frase.
All'interno della NASA il dibattito proseguì. La Direzione di Ingegneria e Sviluppo del Centro per le Navicelle con Equipaggio, e in particolare la sua Divisione dei Sistemi di Equipaggio, si opponeva a qualsiasi EVA finché gli equipaggi non avessero superato simulazioni realistiche a terra. La passeggiata di Alexei Leonov il 18 marzo 1965, durante il volo della Voschod 2, riaccese le lamentele della stampa per il ritardo americano e il timore che potesse passare un anno prima che un astronauta eguagliasse l'impresa. Quando, poco più di due mesi dopo, la NASA annunciò che White sarebbe uscito all'esterno e avrebbe usato una pistola a gas per spingersi, quasi tutti diedero per scontato che l'agenzia stesse inseguendo i sovietici. Per quanto riguarda il calendario, questa lettura aveva una parte di verità; ma la cronologia smentisce la versione semplicistica, perché il collegamento pubblico dell'EVA a Gemini 4 precedeva la Voschod 2 di quasi otto mesi.

L'approvazione formale fu, comunque, tardiva e contestata. Hugh Dryden vi si oppose con fermezza perché, a suo giudizio, la decisione sapeva troppo di reazione ai sovietici. Su richiesta di Webb, Robert Seamans redasse un memorandum con le ragioni per includere l'EVA nella missione in corso, che concludeva che l'equipaggiamento era qualificato per il volo, l'equipaggio addestrato, e che l'attività extraveicolare era un obiettivo primario del programma. Il 25 maggio 1965 Dryden chiamò Seamans nel suo ufficio e, senza dire una parola, gli porse il documento con un'annotazione manoscritta in un angolo: approvato, dopo averne discusso con Dryden, firmato J. E. Webb. Quello stesso giorno la stampa fu informata che White sarebbe uscito all'esterno; il dossier stampa, apparso il 21 maggio, includeva già una pagina intitolata «Possibile attività extraveicolare».
L'incontro nato da uno scherzo via radio
L'altra aggiunta tardiva al piano di volo ebbe un'origine insolita. Il 23 marzo 1965, durante la Gemini 3, Gordon Cooper scherzò via radio con Grissom dandogli l'ora e l'angolo ai quali sarebbe passato vicino al secondo stadio del suo lanciatore, suggerendogli di provare a raggiungerlo. Robert Gilruth e George Low, che ascoltavano, pensarono che l'idea fosse buona. Low si consultò con l'ufficio del programma e con i Sistemi di Equipaggio; la risposta fu entusiasta e nel maggio 1965 il mantenimento della posizione si aggiunse all'EVA nel piano di Gemini 4: la navicella avrebbe eguagliato la velocità con lo stadio sullo stesso piano orbitale e mantenuto la posizione per un certo tempo.
L'esercizio era molto più ambizioso di quanto sembrasse. Grissom aveva manovrato la sua navicella, ma senza bersaglio; McDivitt e White avrebbero dovuto localizzare e seguire il proprio a vista, perché il radar di incontro restava indisponibile. La Martin installò luci intermittenti sul secondo stadio del lanciatore per facilitare la ricerca. Non c'era nemmeno modo di allenarsi: né il simulatore di Cape Canaveral né quello di Houston erano predisposti per il compito, così la McDonnell improvvisò a St. Louis un allestimento che riproduceva la vista del bersaglio su uno sfondo stellato, a cui McDivitt e Borman dedicarono mezza giornata. Era, nel migliore dei casi, un ripiego.
La medicina di un volo di quattro giorni
Charles A. Berry, direttore medico del programma, guardava con inquietudine al salto rappresentato dal passare dalle tre orbite di Gemini 3 a un volo di sette giorni, e voleva dimezzarlo; i problemi delle celle a combustibile finirono per dargli ragione. Nemmeno quattro giorni lo tranquillizzavano. Nelle ultime due missioni Mercury erano comparsi problemi cardiovascolari, e i fisiologi che consultava gli ripetevano la stessa domanda inquietante: se sapesse che quegli uomini si sarebbero alzati e sarebbero svenuti, o persino morti, dopo il volo. Il ragionamento era che corpi decondizionati da giorni di assenza di peso avrebbero dovuto sopportare le forti accelerazioni del rientro; se un astronauta fosse svenuto durante o dopo l'ammaraggio, l'imbragatura lo avrebbe tenuto eretto costringendo un cuore già sotto sforzo a pompare sangue verso la testa.

Di fronte a questo rischio, gli astronauti contavano su due risorse: l'uso dei muscoli nei compiti di volo e un estensore elastico derivato dalla cinghia e dall'impugnatura di un fucile da pesca subacquea, che richiedeva una forza di trecento newton per allungarsi di trenta centimetri. All'equazione si aggiunse l'EVA, con il timore della disorientazione e del malessere di chi fluttua senza distinguere l'alto dal basso. Rapporti sovietici dei primi di maggio 1965 parlavano di difficoltà di vista e di orientamento di Leonov quando perdeva di vista la navicella. Berry, McDivitt e White studiarono un'intervista filmata con scene di quell'uscita e osservarono che il cosmonauta si appoggiava a molteplici riferimenti — il Sole, la navicella, la Terra — per mantenere l'orientamento. Questa fu la ricetta che White portò con sé: sapere in ogni momento dove si trovava rispetto alla navicella.
Conto alla rovescia, un erettore bloccato e il decollo
Circa dodici ore prima dell'orario previsto per il decollo, il team della Martin cominciò a caricare il propellente del lanciatore e a calibrare le quantità imbarcate. Borman e Lovell, l'equipaggio di riserva, azionarono interruttori della navicella, testarono i circuiti di comunicazione e si occuparono dei compiti minori per alleggerire il lavoro dei titolari. McDivitt e White si erano coricati alle venti e trenta della sera precedente; furono svegliati alle quattro e dieci, si sottoposero a un breve controllo medico, fecero colazione e lasciarono i loro alloggi a Merritt Island diretti verso la zona di vestizione, dove furono aiutati a indossare le tute mentre respiravano ossigeno puro per eliminare l'azoto dall'organismo ed evitare la malattia da decompressione. Arrivarono alla rampa 19 alle sette e sette del mattino e si sistemarono nella navicella cento minuti prima del decollo.
A trentacinque minuti dal decollo, mentre veniva abbassato l'erettore della rampa, la struttura rimase bloccata a dodici gradi dal lanciatore. Fu sollevata e riabbassata senza risultato. Più di un'ora dopo, i tecnici trovarono un connettore mal installato in una scatola di collegamenti, lo sostituirono correttamente e la manovra funzionò. Quell'attesa di un'ora e sedici minuti fu l'unica interruzione del conto alla rovescia, un contrasto eloquente con i sei ritardi e le due sospensioni subiti dal secondo volo con equipaggio del programma Mercury.
La mattina di giovedì 3 giugno 1965 il Titan II si sollevò davanti a un pubblico mondiale: per la prima volta le immagini del lancio furono trasmesse in dodici paesi europei tramite il satellite Early Bird. All'interno della navicella la salita risultò sorprendentemente silenziosa, interrotta solo da alcuni secondi di oscillazione longitudinale — l'effetto «pogo» caratteristico del lanciatore — e dai pirotecnici di separazione degli stadi. La navicella entrò in un'orbita ellittica di 162,3 chilometri di perigeo per 282,1 di apogeo. La massa della navicella al lancio era di 3.574 chilogrammi.
All'inseguimento di uno stadio che sfuggiva
Separandosi dal lanciatore, McDivitt fece ruotare la navicella per cercare lo stadio. White lo vide sfiatare, con propellente che usciva dall'ugello. A che distanza si trovava? Il comandante calcolò centoventi metri; il pilota, circa settantacinque. McDivitt frenò, puntò e spinse verso il bersaglio. Dopo due impulsi, lo stadio sembrò allontanarsi e scendere. Ripeté la sequenza più volte con risultato identico. Al calar della notte individuò le luci intermittenti e stimò che la separazione fosse cresciuta fino a circa seicento metri. A tratti sembrò guadagnare terreno — McDivitt credette di arrivare a sessanta metri, White stimò tra duecentosessanta e trecento —, ma all'alba le luci si spensero nel bagliore e, quando il bersaglio riapparve a tre o cinque chilometri, nessun impulso ulteriore riuscì ad avvicinarlo.

Consapevole di inaugurare l'arte dell'incontro orbitale, McDivitt aveva chiesto prima del volo al direttore di missione, Christopher Kraft, cosa fosse più importante, l'incontro o l'uscita all'esterno. La passeggiata spaziale, aveva risposto Kraft. Con questa gerarchia in mente, il comandante interruppe l'inseguimento. Avevano consumato quasi metà del carico di propellente di controllo, in una navicella i cui serbatoi avevano metà della capacità di quelli dei modelli successivi e il cui combustibile andava riservato per le manovre di sicurezza.
La spiegazione arrivò dopo. Come riassunse l'ingegnere André Meyer, dell'ufficio del programma, né l'equipaggio né nessun altro al centro aveva ragionato fino in fondo sulla meccanica orbitale coinvolta; il fallimento rese tutti molto più accorti e permise di perfezionare manovre di incontro che l'Apollo avrebbe poi impiegato. Catturare un oggetto in orbita non somiglia al raggiungerlo sulla superficie terrestre. Accelerare innalza l'orbita, e un'orbita più alta ha un periodo più lungo: la navicella che guadagna velocità resta indietro rispetto al suo bersaglio, che sembra prendere il largo e allontanarsi. La tecnica corretta è l'opposto: frenare per scendere a un'orbita più bassa e più veloce, guadagnare terreno e, al momento giusto, accelerare per salire all'orbita del bersaglio con la velocità relativa quasi annullata. Solo allora, ormai in posizione, l'avvicinamento diretto funziona come l'intuizione si aspetta.
Ventitré minuti fuori dalla navicella
White era stato così occupato ad aiutare il suo comandante che aveva a malapena pensato all'EVA. Terminato l'inseguimento, montò la pistola di manovra mentre McDivitt gli leggeva la lista dei compiti: estrarre il pacco del cordone ombelicale, montare i connettori della tuta per il cordone e per lo zaino ventrale di ossigeno di emergenza. A venti minuti dalla depressurizzazione della cabina, il comandante notò che il compagno sembrava già stanco e accaldato, e comunicò alla stazione di inseguimento di Kano che l'uscita sarebbe stata rimandata alla terza rivoluzione affinché White potesse riposare. Chiacchierarono con Grissom, il capcom di Houston, sulla vista del golfo del Messico e della Florida intera, con il Cape e le sue rampe. Dopo una pausa di quindici minuti ripresero la lista. A McDivitt fu chiaro che i pianificatori non avevano previsto neanche lontanamente il tempo richiesto per preparare un'uscita all'esterno.

Sopra l'oceano Indiano tutto era pronto: tubi collegati, cordone ombelicale predisposto, pistola in mano, zaino al suo posto. Vicino a Carnarvon, in Australia, iniziarono a depressurizzare la cabina — la tuta rimase a 3,7 libbre per pollice quadrato e la pressione interna arrivò a zero —, e allora comparve un problema meccanico: il portello non si sbloccava perché una molla non si era compressa. Dopo aver molto tirato e armeggiato con il nottolino, la porta cedette di colpo; spingerla verso l'alto risultò difficile in assenza di peso quanto lo era stato a terra. White si mise in piedi due minuti dopo.
Installò una macchina fotografica per registrare i suoi movimenti e si separò dalla navicella con la pistola di manovra legata al polso destro e un cordone ombelicale di otto metri che lo univa al veicolo. Uno sparo dell'arma lo sollevò al di sopra del portello senza trasmettere movimento alla navicella. Sperimentando con il dispositivo percorse circa cinque metri, anche se finì più in alto di quanto intendesse quando voleva avvicinarsi al finestrino di McDivitt. Gli impulsi brevi funzionavano bene in beccheggio e imbardata, quasi come sul tavolo a cuscino d'aria dell'addestramento; il rollio gli parve più difficile da controllare senza sprecare troppo gas. Preferì tirare il cordone e spostarsi all'indietro e in alto, sopra l'adattatore. Vedendo i propulsori sparare pennacchi incandescenti mentre McDivitt stabilizzava la navicella, si allontanò dal pericolo passando sopra il veicolo fino oltre il muso. Fece due beccheggi e due rotazioni del corpo con la pistola, fermandosi facilmente ogni volta, e allora si esaurì la bombola di ossigeno compresso, tre minuti dopo aver iniziato a usarla.
Durante la consueta perdita di comunicazioni tra le Hawaii e Guaymas, il controllo missione non seppe cosa stesse accadendo. Ristabilita la voce, il mondo ascoltò un satellite umano descrivere la Terra, le fotografie che scattava e quanto si sentisse bene, senza alcuna vertigine né disorientamento. Quando McDivitt dovette annunciargli che era ora di rientrare, si udì il suo sospiro: era il momento più triste della sua vita. White aveva perso la nozione del tempo e, poiché i membri dell'equipaggio parlavano tramite il collegamento interno, il controllo non poteva interromperli; dopo quindici minuti e quaranta secondi McDivitt intervenne per chiedere a terra se volessero qualcosa, e Kraft rispose ridendo di dirgli di rientrare. L'attività extraveicolare durò in totale ventitré minuti.
Sopra l'Atlantico, White tornò al portello, smontò la macchina fotografica, staccò i collegamenti elettrici e passò tutto, insieme alla pistola, al suo comandante, che lo aiutò a sistemarsi e a infilare i piedi negli alloggiamenti. Chiudere risultò difficile quanto aprire: la maniglia non si agganciava, e spingendo il pilota si sollevava dal sedile, tanto che McDivitt dovette tirarlo per dargli sostegno finché la porta non rimase bloccata. Dopo iniziò la ripressurizzazione della cabina. White si lasciò cadere esausto, con il sudore che gli entrava negli occhi e appannava la visiera. Entrambi si riposarono prima di dispiegare un'antenna per avvisare che tutto andava bene; rispose Carnarvon. L'equipaggio di Gemini 4 aveva fatto quasi il giro del mondo con la navicella depressurizzata.
Tre giorni alla deriva e undici esperimenti
Mentre White si riprendeva, McDivitt cominciò a spegnere sistemi per risparmiare energia elettrica e propellente di controllo: la navicella avrebbe volato alla deriva per le trenta ore successive e per buona parte del resto della missione. Sette ore e mezza dopo il decollo, White si addormentò. Avevano previsto turni alternati di quattro ore di sonno, ma fu difficile rispettarli: il crepitio costante della radio, gli spari automatici dei propulsori e le gomitate involontarie in un dormitorio così piccolo tenevano sveglio chi stava riposando.

Gemini 4 fu la prima delle lunghe missioni del programma e trasferì le sue esigenze al controllo a terra, che passò per la prima volta a operare su tre turni. Kraft agì come direttore di missione per l'intero volo e come direttore di volo del primo turno, incentrato sull'aiutare l'equipaggio a rispettare il piano; Eugene F. Kranz diresse il secondo, dedicato soprattutto a sorvegliare il comportamento dei sistemi e il consumo di ossigeno e propellente; John Hodge condusse il terzo, incaricato della pianificazione in tempo reale, che ogni mattina consegnava istruzioni concrete su quali compiti svolgere o eliminare in base a quanto già ottenuto e alle riserve disponibili. Dietro le squadre di controllo, nelle sale di supporto del nuovo centro, c'erano specialisti della NASA e degli appaltatori, e nelle fabbriche altre squadre mantenevano sistemi in condizioni di volo simulate per rispondere rapidamente a qualsiasi problema. Erano presenti anche i ricercatori principali degli esperimenti, ormai gestiti da un nuovo ufficio sotto Robert Piland. Una squadra di valutazione della missione di centocinquanta persone, diretta da Willis Mitchell e Scott Simpkinson, iniziò a lavorare al momento del decollo e continuò fino all'ispezione post-volo.
Gli undici esperimenti fecero di Gemini 4 la prima missione statunitense che assomigliò un po' a un laboratorio spaziale con equipaggio, sebbene la restrizione di propellente limitasse diverse attività. Cinque dosimetri misurarono la radiazione all'interno della navicella, specialmente nell'attraversamento dell'anomalia del Sud Atlantico. Nell'esperimento di navigazione semplice i piloti usarono un sestante a mano per prendere misurazioni celesti e valutarne l'utilità; entrambi concordarono che avrebbe potuto servire per l'Apollo. La fotografia sinottica del terreno e della meteorologia diede eccellenti risultati con una macchina fotografica Hasselblad da settanta millimetri: si entusiasmarono per la valle del Nilo — uno vide il Cairo, l'altro Alessandria —, concatenarono scatti dalla costa del Pacifico fino al Texas con buon dettaglio geologico e fornirono ai meteorologi una visione più ravvicinata di quella dei satelliti Tiros, che coprivano da seicentoquaranta chilometri, di schemi cellulari di nubi, strati nuvolosi in perturbazioni tropicali, file di cumuli sull'oceano e zone di tempesta.
L'equipaggio usò l'estensore elastico più del previsto, sebbene White riconoscesse in seguito che la sua voglia di sforzo fisico calò durante il volo, forse per la mancanza di sonno, come osservò McDivitt; entrambi conclusero che le missioni lunghe avrebbero richiesto un programma sistematico di esercizio. I sensori del fonocardiogramma in volo registrarono ritmi cardiaci essenzialmente normali, tranne al decollo, durante l'EVA e al rientro. L'esperimento di demineralizzazione ossea mostrò una perdita di massa nel mignolo e nel tallone maggiore di quella dei pazienti a riposo prolungato a terra. Tra gli esperimenti di ingegneria, quello sulla carica elettrostatica diede letture più alte del previsto — si determinò poi che l'umidità prodotta dai propulsori e dal bollitore d'acqua generava una carica che si dissipava molto rapidamente —, il che dissipò il timore che l'aggancio nello spazio producesse una scossa dannosa; lo spettrometro di protoni ed elettroni e il magnetometro triassiale fornirono dati sull'ambiente di radiazione e sul campo geomagnetico locale, e la fotografia del lembo terrestre in rosso e blu fu pensata per addestrare gli astronauti dell'Apollo nelle riprese di navigazione.
Un computer che non si spegneva e un rientro in stile Mercury
Dopo quarantotto rivoluzioni e settantacinque ore di volo, il computer di bordo si aggiornò durante un passaggio sopra gli Stati Uniti. Quando fu indicato a McDivitt di spegnerlo, scoprì che l'interruttore non rispondeva. A terra si misero al lavoro immediatamente e durante le rivoluzioni successive l'equipaggio provò diverse posizioni del comando, ma il computer finì per fermarsi completamente. Senza di esso era impossibile il rientro guidato con angolo di rollio portante previsto, e si dovette ricorrere a una discesa balistica rullata come quelle del Mercury.

Alla rivoluzione 62, a 97 ore e 28 minuti dalla missione, spararono i propulsori di manovra nell'assetto corretto per due minuti e quarantuno secondi, sganciarono l'adattatore delle apparecchiature e accesero i retrorazzi. White vide passare le pianure polverose del Texas prima di liberare il retroadattatore. A circa centoventimila metri, McDivitt iniziò la rotazione di rientro; con la navicella che ruotava, l'equipaggio vide l'adattatore che li seguiva trasformarsi in un fungo arancione bruciando. Sospettavano che senza computer sarebbero caduti sotto il punto previsto nell'Atlantico, e avevano ragione. Le accelerazioni crescenti non causarono a White né offuscamento della vista né soffocamento; parlarono, sorvegliarono gli strumenti e si godettero lo spettacolo.
A ventisettemila metri McDivitt ridusse la rotazione, che fermò del tutto a dodicimila. Poco dopo estrasse il paracadute frenante, che dispiegandosi fece oscillare la navicella invece di stabilizzarla. Il paracadute principale si aprì a 3.230 metri con uno scossone rassicurante, e a millecinquecento metri la navicella passò alla sospensione a due punti, uno strattone che li lanciò avanti e indietro senza che nessuno dei due urtasse contro lo scafo. L'ammaraggio, novantasette ore, cinquantasei minuti e dodici secondi dopo il decollo, fu duro; ma erano a terra e sani e salvi. La capsula cadde a 27,73 gradi di latitudine nord e 74,18 di longitudine ovest, nell'Atlantico occidentale, a circa ottanta chilometri dal bersaglio. Diverse navi di recupero si stavano già dirigendo verso il luogo e l'equipaggio di un elicottero vide la navicella scendere.
Dopo il volo: gli uomini di paglia che non caddero
Pochi minuti dopo l'ammaraggio, i nuotatori si tuffarono in acqua e posizionarono il collare di galleggiamento; i piloti furono issati sull'elicottero e, cinquantasette minuti dopo aver toccato l'acqua, calpestavano il tappeto rosso del ponte della portaerei Wasp. Un medico del centro riferì dall'elicottero che l'equipaggio sembrava in buona forma, ma il dubbio sugli effetti di tanti giorni di assenza di peso restava aperto. Uno specialista di informazione della NASA che aveva visto Cooper barcollare dopo il suo volo Mercury rimase sorpreso nel vedere White fare un passo di danza, e la tensione si dissipò all'istante. Berry e la sua équipe medica li esaminarono a bordo per sessantasei ore senza riscontrare problemi maggiori; il giorno dopo l'ammaraggio White si unì per quindici minuti a un tiro alla fune tra marines e cadetti navali diretti all'infermeria. La sua squadra perse, ma l'uomo era visibilmente in forma.

I riscontri medici non furono banali. Oltre alla prevista perdita di massa ossea nel tallone e nel mignolo, i medici furono sorpresi di rilevare una diminuzione del volume di plasma circolante. Entrambi i membri dell'equipaggio persero peso: due chilogrammi McDivitt e quattro White. Nulla di tutto ciò impedì che la missione aprisse la strada a un volo ancora più lungo. McDivitt e White dedicarono in seguito una fotografia di entrambi mentre attraversavano il tappeto rosso con una frase che riassumeva il sollievo di tutti: il giorno in cui gli uomini di paglia caddero.
Gemini 4 suscitò un entusiasmo che nessun'altra missione del programma avrebbe più eguagliato. L'attesa per l'uscita all'esterno e per l'inaugurazione del centro di Houston superò le previsioni: l'auditorium del centro, con ottocento posti, si rivelò insufficiente di fronte alle richieste di accredito, e la NASA dovette affittare e allestire un edificio vicino per ospitare il centro stampa, decisione che la stampa locale criticò quando se ne conobbe il costo. Le attività quotidiane del volo occuparono i giornali di tutto il mondo e oscurarono persino le nubi nere del 7 giugno, il giorno del rientro, quando il comando militare statunitense nel Vietnam del Sud annunciò che le sue truppe avrebbero combattuto insieme a quelle vietnamite. Il presidente Johnson si recò a Houston per congratularsi con l'equipaggio, un milione di abitanti di Chicago li accolse con una pioggia di coriandoli, e Webb li inviò, su richiesta del presidente, al Salone Aeronautico di Parigi, dove incontrarono il cosmonauta Yuri Gagarin.
Eredità
La navicella non ebbe un nome proprio, né ufficiale né ufficioso, e i suoi piloti non sfoggiarono un emblema distintivo sulla tuta, come avrebbero fatto tutti gli equipaggi successivi del programma; alcuni giornalisti la chiamarono «Little Eva» in allusione all'attività extraveicolare.
Il bilancio tecnico fu quasi completo: gli obiettivi furono raggiunti, tranne l'incontro orbitale e il rientro controllato dal computer. Ma il contributo più duraturo di Gemini 4 non fu una casella spuntata, bensì tre insegnamenti. Il primo, che un essere umano poteva uscire nel vuoto, manovrare e rientrare, anche se lo sforzo fisico dell'EVA e del portello si rivelò di gran lunga superiore al previsto, una lezione che sarebbe costata cara nelle missioni successive finché non si padroneggiarono gli ancoraggi e il ritmo di lavoro. Il secondo, che l'avvicinamento orbitale non si improvvisa a occhio e richiede di comprendere la meccanica del problema, un percorso che avrebbe portato all'incontro riuscito delle missioni successive e, più tardi, alle manovre dell'Apollo. Il terzo, che il controllo missione, la pianificazione in tempo reale e la valutazione sistematica dei dati erano già un'infrastruttura critica quanto la navicella stessa. Gemini 4 servì, in sintesi, da campo di addestramento per piloti, controllori e analisti, e fissò lo stile delle missioni Gemini successive e dei voli Apollo.
Immagini
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Altrove
- Smithsonian National Air and Space MuseumCapsule, Gemini IV ↗
- Smithsonian National Air and Space MuseumHatch, Right, Gemini IV ↗
- NASAGemini IV photo gallery ↗
- NASAFirst American Spacewalk ↗
- Internet ArchiveS65-30427 — Ed White durante la EVA sobre Hawái (primera fotografía de un ser humano en el espacio) ↗
- Internet ArchiveGEMINI-TITAN-4 — SPACECRAFT (EVA) ↗
- Internet ArchiveRecovery of Gemini 4 spacecraft and astronauts ↗
- FlickrEd White — First American spacewalk — Gemini 4 ↗
- DVIDSRecovery of Gemini 4 spacecraft and astronauts ↗
- AlamyThe recovery ship for the Gemini 4 spacecraft, the USS Wasp ↗
- Library of CongressAstronauts Edward H. White and James A. McDivitt prepare for Gemini-4 simulated test at Cape Kennedy ↗
- BonhamsGemini IV — The first-ever photograph of a human in space ↗