Programma Mercury · NASA · Senza equipaggio
Little Joe 5A
- 18 marzo 1961
- Data di lancio
- Successo parziale
- Esito



Little Joe 5A (LJ-5A) fu il sesto volo della serie Little Joe del programma Mercury e il secondo tentativo di un test che la NASA non era riuscita a completare: la prova di fuga nel punto di massima pressione dinamica con una capsula Mercury di produzione. Decollò da Wallops Island (Virginia) il 18 marzo 1961, senza equipaggio, con la navicella numero 14 costruita dalla McDonnell montata su un propulsore Little Joe. L'obiettivo era dimostrare l'integrità strutturale della capsula e della sua torre di fuga quando l'interruzione viene avviata nell'istante più critico di un lancio con l'Atlas, quello in cui la combinazione di velocità e densità atmosferica sottopone l'insieme ai carichi aerodinamici più elevati di tutta l'ascesa. Il test ripeteva quello di Little Joe 5, volato l'8 novembre 1960 con la capsula numero 3, terminato con l'accensione prematura del razzo di fuga, la capsula rimasta unita al propulsore e l'intero complesso distrutto nell'impatto contro l'Atlantico. Gli obiettivi di quel volo non erano stati raggiunti e se ne era pianificata la ripetizione. LJ-5A portava quindi il compito di risolvere una domanda in sospeso su quel sistema destinato a salvare la vita di un astronauta nel momento peggiore dell'ascesa. Il volo del 18 marzo iniziò normalmente, ma diciannove secondi dopo il decollo la torre di fuga si accese prematuramente, in una sequenza molto simile a quella di novembre. Fu inviato l'ordine di interruzione e l'anello di fissaggio tra la navicella e l'adattatore si sganciò come previsto, ma la capsula rimase collegata al propulsore perché il motore di fuga si era già consumato. La separazione dovette essere forzata con i retrorazzi, e l'ordine fu trasmesso prima che il volo raggiungesse l'apogeo, il che la rese violenta. Ciononostante, LJ-5A si concluse meglio del suo predecessore: i paracadute si aprirono a circa 40.000 piedi e la capsula fu recuperata con danni strutturali solo superficiali. Raggiunse circa 12 km di quota e una gittata di circa 29 km, con una velocità massima di 1.783 miglia orarie (2.869 km/h) e un'accelerazione di 8 G. La NASA classificò la missione come parzialmente riuscita: la navicella sopravvisse, ma gli obiettivi del test non furono raggiunti. La conseguenza immediata fu un terzo tentativo. La stessa capsula, revisionata e designata numero 14A, fu nuovamente inviata a Wallops Island il 4 aprile 1961 per la missione Little Joe 5B, che volò il 28 aprile e questa volta fu un successo. Quella navicella, l'unica del programma a volare due volte, è oggi esposta al Virginia Air and Space Center di Hampton, in Virginia.
Carico utile
Il carico del LJ-5A fu una navicella Mercury di produzione, la numero 14, costruita dalla McDonnell Aircraft e consegnata a Wallops Island il 20 gennaio 1961 per il test di interruzione a massima pressione dinamica, con otto settimane di preparazione sul sito di lancio. La NASA la registra letteralmente come il carico del volo («Payload: Spacecraft number 14») e classifica la missione come senza equipaggio: a bordo non c'era né equipaggio, né animale, né manichino. La scheda di Wikipedia stima la massa al lancio in 1.141 kg. A bordo della capsula viaggiava il sistema di fuga completo, torre e motore di fuga, il cui comportamento era l'oggetto stesso del test, insieme al sistema sequenziale e a quello di recupero; tra gli obiettivi figuravano inoltre dimostrare il comportamento di una configurazione specifica del sacco di atterraggio e determinare gli effetti del profilo di volo sugli equipaggiamenti e sui sistemi della navicella non richiesti dagli obiettivi di primo ordine. Dopo l'accensione prematura del motore di fuga e la separazione ordinata da terra, i paracadute si aprirono a circa 40.000 piedi e la navicella fu recuperata con danni strutturali solo superficiali; fu revisionata e volò di nuovo in LJ-5B, missione per la quale la cronologia della NASA la identifica già come navicella n. 14A, ed è oggi esposta al Virginia Air and Space Center di Hampton, Virginia.
Storia
Cosa andò storto in Little Joe 5
Little Joe 5 fu il primo volo della serie a impiegare una capsula Mercury di produzione McDonnell invece di un modello strutturale. La navicella numero 3, consegnata originariamente a Langley nel luglio 1959 per prove di rumore e vibrazione, fu eretta sulla rampa di Wallops Island il 27 settembre 1960, e il volo si svolse l'8 novembre dello stesso anno, con lo scopo di verificare la capsula in un'interruzione che simulasse le condizioni di lancio più severe.
La salita fu normale fino a 15,4 secondi dopo il decollo, momento in cui il motore del razzo di fuga si accese prematuramente. La sequenza si sconvolse completamente: la capsula non si separò dal propulsore e l'intero complesso si distrusse nell'impatto contro l'oceano. Solo detriti della navicella e del propulsore furono recuperati dal fondo marino per l'analisi successiva. Il volo raggiunse circa 16,2 km di quota e una gittata di circa 20,9 km, molto lontano dal profilo previsto.

L'analisi della NASA non giunse a un'unica causa, ma a tre possibilità che indicavano lo stesso componente. La prima era il guasto degli interruttori di fine corsa dell'anello di fissaggio tra la navicella e l'adattatore. La seconda, il guasto degli interruttori equivalenti dell'anello della torre di fuga. La terza, un montaggio scorretto di quegli interruttori in una delle due posizioni, tale per cui la vibrazione o la deformazione strutturale durante la salita avrebbe potuto chiuderli da sola e far scattare anzitempo la sequenza di fuga. Poiché gli obiettivi del test non erano stati raggiunti, si decise di ripetere la missione.
Dal fallimento alla ripetizione: i preparativi di LJ-5A
La capsula scelta per il secondo tentativo fu la numero 14, anch'essa di produzione, consegnata a Wallops Island il 20 gennaio 1961 per il test di interruzione a massima pressione dinamica. La scelta non era irrilevante: ripetere il test con una navicella di serie, e non con un modello, era l'unico modo per trarre conclusioni sul comportamento reale della struttura che avrebbe volato con un astronauta a bordo.
Le fonti istituzionali consultate descrivono il fallimento di LJ-5 e la decisione di ripetere il volo, ma non specificano quali modifiche concrete furono introdotte negli interruttori di fine corsa, nel loro montaggio o nel cablaggio della sequenza di fuga prima di LJ-5A. Questo punto resta documentato come lacuna: il risultato del volo suggerisce che le misure adottate non furono sufficienti, ma la natura esatta di tali misure non viene qui affermata in assenza di fonte.
Il contesto del programma in quelle settimane era di massima pressione. Il 31 gennaio 1961 era volata Mercury-Redstone 2 con lo scimpanzé Ham a bordo, un volo in cui la propulsione aveva reso oltre le previsioni e che costrinse a rivedere il calendario delle missioni suborbitali con equipaggio. Il 21 febbraio, Mercury-Atlas 2 era stato un successo. La prima missione con equipaggio, Mercury-Redstone 3, era prevista per maggio. Il sistema di fuga era il componente che ancora non aveva dimostrato ciò che doveva dimostrare.
Gli obiettivi del test
Lo scopo dichiarato di LJ-5A era dimostrare, innanzitutto, l'integrità strutturale della navicella e del sistema di fuga durante una manovra di interruzione avviata nel punto di massima pressione dinamica prevedibile in un lancio con l'Atlas verso l'orbita. La NASA lo classificò come test di fuga e impatto a massima pressione dinamica.

Questo punto dell'ascesa, noto in gergo come «max Q», è l'istante in cui il prodotto della densità dell'aria e del quadrato della velocità raggiunge il massimo, e con esso i carichi aerodinamici sulla struttura. Un'interruzione avviata in quel momento sottopone la capsula e la sua torre alla peggiore combinazione possibile: la torre deve strappare la navicella dal propulsore con un'accelerazione molto elevata, mentre l'aria, ancora densa, spinge lateralmente su un insieme lungo e snello. In LJ-5A la pressione dinamica registrata fu di 1.580 psf e l'accelerazione massima di 8 G. Il propulsore impiegato fu il Little Joe numero 7, un razzo a propellente solido concepito proprio per questo tipo di test: economico, lanciabile da Wallops Island e capace di portare la capsula al regime di volo desiderato senza consumare un Atlas.
Il volo del 18 marzo 1961
LJ-5A decollò da Wallops Island il 18 marzo 1961, sesta missione della serie Little Joe. Il decollo fu normale. Diciannove secondi dopo, la torre di fuga si accese prematuramente, in una situazione che la stessa cronologia della NASA descrive come molto simile a quella del volo di novembre precedente.
Da quel momento, il volo divenne un esercizio di improvvisazione controllata da terra. Fu dato il segnale di avviare la manovra di interruzione e l'anello di fissaggio tra il propulsore e l'adattatore si sganciò come previsto, ma la capsula rimase sopra il propulsore: il motore di fuga si era già consumato nell'accensione prematura e non restava spinta per strapparla via. La navicella e il razzo continuavano a volare uniti, con la torre esaurita, esattamente lo scenario che aveva distrutto LJ-5.
La differenza stette nella reazione. Fu ordinato di separare la capsula usando i retrorazzi, e quell'ordine fu trasmesso prima che il volo raggiungesse l'apogeo, che era il punto in cui era stata pianificata la separazione. La conseguenza fu una separazione descritta come violenta, ma efficace: la capsula si liberò dal propulsore e dalla torre di fuga, e poté così entrare nella sequenza di recupero. Il volo raggiunse circa 12 km di quota e una gittata di circa 29 km, con una velocità massima di 1.783 miglia orarie (2.869 km/h).
Recupero e stato della capsula
I paracadute si aprirono verso i 40.000 piedi di quota e la navicella discese normalmente fino al mare. La capsula fu recuperata, e l'ispezione successiva fornì il risultato più prezioso di tutto il test: nonostante l'accensione prematura, la separazione forzata e il fatto di aver volato unita al propulsore per buona parte della traiettoria, la navicella numero 14 aveva subito solo danni strutturali superficiali.
Questo risultato non era quello cercato, ma diceva di per sé qualcosa di rilevante sulla robustezza della struttura McDonnell. La NASA registrò la missione come parzialmente riuscita e mise esplicitamente agli atti che gli obiettivi del test non erano stati raggiunti: il test di fuga a massima pressione dinamica restava ancora da eseguire nelle condizioni previste, perché la torre si era accesa nel momento sbagliato e non aveva potuto dimostrare ciò che doveva dimostrare.
Il terzo tentativo: Little Joe 5B
La decisione che seguì fu di riprovare per la terza volta, e di farlo con la stessa navicella. La capsula numero 14, revisionata e ridesignata 14A, fu consegnata di nuovo a Wallops Island il 4 aprile 1961 per la missione Little Joe 5B, un altro test di interruzione a massima pressione dinamica.
LJ-5B volò il 28 aprile 1961 e questa volta la missione fu un successo: la navicella fu recuperata dopo un volo che raggiunse circa 4,5 km di quota e una gittata di circa 14 km, con una velocità massima di 1.780 miglia orarie e un'accelerazione di 10 g. Il profilo, più basso e più breve di quello di LJ-5A, corrispondeva a un'interruzione avviata prima nella traiettoria. Con LJ-5B si chiuse la serie Little Joe del programma Mercury.
La sequenza LJ-5, LJ-5A, LJ-5B è probabilmente il miglior esempio del metodo con cui fu costruito il Mercury: un test che fallisce, si ripete, fallisce di nuovo in modo simile e si ripete una terza volta finché non si ottiene il dato. I tre voli occuparono poco meno di sei mesi, tra novembre 1960 e aprile 1961, in parallelo alle missioni Redstone e Atlas che preparavano il primo volo con equipaggio.
Eredità
La capsula numero 14 è l'unica navicella Mercury che volò due volte — in LJ-5A e in LJ-5B — ed è oggi esposta al Virginia Air and Space Center di Hampton, in Virginia, a poca distanza dal centro di Langley dove il programma era stato concepito.
Al di là dell'oggetto, LJ-5A lasciò due lezioni. La prima, negativa: un guasto ripetuto nella stessa parte del sistema, con la torre che si accendeva anzitempo per la seconda volta consecutiva, dimostrava che il problema non era stato compreso del tutto dopo LJ-5. La seconda, positiva e in un certo senso rassicurante: la struttura della capsula sopportò una sequenza di eventi molto peggiore di quella prevista — accensione prematura, volo unito al propulsore e separazione violenta fuori dal punto pianificato — e arrivò in acqua in condizioni tali da poter volare di nuovo. Un mese e mezzo dopo LJ-5A, con la serie Little Joe ormai chiusa, Alan Shepard volava su Freedom 7 con una torre di fuga sopra la testa.
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